Questa storia comincia con un articolo dell’Ambasciatore Romano su CorSera che parla di Debolezza e miopia dove parla di silenzio rumoroso che ottunde il paese e si duole dell’incapacità generalizzata di individui, imprese ed istituzioni ad allargare il proprio sguardo verso l’Europa ed il mondo. Rimbrotta gli imprenditori per mostrare il medesimo difetto e lamenta la mancanza di personaggi di spessore, i grandi imprenditori del passato capaci perfino di parlare a muso duro al duce come fu il caso di Beneduce e Mattioli in seguito alla crisi del ’29. Un maggior ruolo pubblico dei capitani d’industria è quello che, pare di capire, è quanto Romano ritiene manchi.
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In alcune zone del Nord, come l’Emilia Romagna, c’è chi ritiene che la strada per la ripresa è lunga ed in salita ma che il peggio è alle spalle. E’ il caso di Anna Maria Artoni giovane Presidente di Confindustria regionale intervistata dal Sole 24 Ore. Artoni sostiene che l’economia regionale ha particolarmente sofferto perché costituita molto da PMI manifatturiere colpite dal calo drastico dell’export ma imprese che hanno saputo resistere proprio per essere PMI salvaguardando le maestranze. Anche a sua opinione uno dei sistemi per riemergere e tornare a crescere e rimanere competitivi è quello dell’innovazione e delle reti d’impresa. Sicuramente c’è molto di vero in questa ricetta ma mi pare ci sia anche molto di non abbastanza esplicitato. O non del tutto adeguato.
La struttura economica dell’economia italiana con la sua forte quota di manifattura è una realtà ma una realtà sulla quale non bisogna farsi illusioni e sulla quale occorre intervenire. Il report di FMI di Giugno 2010 infatti (a pag. 3) afferma:
2. Italy has been steadily losing its market share of world trade. Economic rigidities, along with Italy’s specialization in products with relatively low value added, contributed to a steady erosion of competitiveness. Earnings growth outpaced labor productivity, and Italy’s unit labor costs grew by nearly 25 percent during 1999–2007. Italy’s market share in world trade has declined significantly (and by more than its euro area peers) since the mid 1990s
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Il vezzo italiota del parlar d’altro rispetto ad un tema sul tappeto non lascia immune nessuno. Neppure gli imprenditori né Confindustria che, per festeggiare il centenario dell’associazione, organizzano a Parma il convegno: Libertà e benessere. L’Italia al futuro.
L’indice degli argomenti, già contenuto nel titolo della manifestazione, lo precisa Luca Paolazzi Direttore del centro studi di Confindustria (qui il suo intervento) il quale, pur avendo prodotto un corposissimo documento, delinea in poche, significative cifre come il paese sia in declino. PIL pro capite decrescente ed in allontanamento dalle medie europee, invecchiamento della popolazione, immigrazione, scarsità di concorrenza, dimensione delle imprese, burocrazia, mercato del lavoro, produttività in ritardo con retribuzioni che necessariamente si immiseriscono e difficilissimo contesto di libertà economica complessiva mostrato dagli indici eleborati dall’Istituto Bruno Leoni e ribaditi nel rapporto della Heritage Foundation (The 2010 index of Economic Freedom) a compilare un elenco che chiunque operi nel mondo delle imprese conosce bene per viverlo, qualunque sia il ruolo, sulla propria pelle e sulle proprie tasche. Da professionista qual è, Paolazzi ricorda che, a bocce ferme, la crescita italiana non sarà come quella di altri paesi europei. Con tutte le conseguenze immaginabili.
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Volevo ironizzare sulle parole di Tremonti tra Anno zero, lo scorso Giovedì e Parma Venerdì. Era ben possibile (il video degli interventi di Sabato 9 Aprile su questo link da Radio Radicale) ascoltando roba tipo
“……..veniamo da 23 mesi di governo, abbiamo di fronte 3 anni di governo pensiamo sia stato saggio pensare globalmente ed agire localmente; NON sarebbe stato saggio vedere globale ma non agire locale; pensiamo che non sarebbe saggio, non sarebbe stato saggio pensare locale ed ignorare il globale…”
proprio come la supercazzola con lo scappellamento a destra. oppure
La crisi non impedisce le riforme, sulle riforme, la crisi non è un alibi per non farle ma non è neppure una spinta che di per sé ti porta a farle come se nella crisi fosse il futurismo, l’avventurismo o il costruttivismo. E’ molto più semplice: per l’Italia, crisi o no le riforme sono in assoluto una necessità storica ed abbiamo davanti una possibilità storica. Il tempo è strategico ed è venuto il tempo delle riforme.
Era il suggerimento del giorno del Calendario di Frate Indovino.
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