Sesti per ricchezza! Gaudeamus igitur……
Ancora una volta l’OCSE ha presentato un rapporto aggiornato nel quale analizza l’indice CLI, Composite Leading Indicator che viene esaustivmente spiegato sul sito dell’Ocse . Come già altrove sottolineavo, il rapporto è corredato da opportune note metodologiche che, al primo punto, Purpose si concludono con la frase:
Although the CLIs attempt to predict movements in the output gap, they should not be interpreted as providing exact forecasts.
Sebbene il CLI sia teso a presagire movimenti nell’output gap, esso non dovrebbe essere interpretato come finalizzato a fornire solide previsioni.
Non ci addentriamo nel concetto di output gap (qui un cenno) e limitiamoci a ribadire che l’indice CLI è un indicatore di tendenza del ciclo economico NON UNA SOLIDA PREVISIONE tesa ad ipotizzare di quanto, ad esempio, crescerà il PIL in un dato periodo. Beninteso è un indice che nel rapporto sta ad indicare una svolta positiva del ciclo economico, ed è certo una buona notizia. Ed anche in Italia, è vero che segnali positivi ma anche meno positivi timidamente si affacciano sulla scena.
Ciò detto, largheggiamo senza censurare la propaganda e la demagogia! Vada che il presidente del consiglio in sede di conferenza stampa abbia enfatizzato la positività dell’indice CLI per quanto riguarda l’Italia pur non entrando nel merito di cosa esso stia davvero ad indicare (e mi auguro che almeno stavolta lo facciano i giornalisti), vada che abbia enfatizzato i segnali positivi che arrivano e diamo per buona (ma non tanto) perfino la soddisfazione mostrata per il sorpasso del PIL Italiano su quello Inglese. Ma scevro da magiche, otelmiane stimmate tremontianamente affibbiate agli economisti, non facendo parte ahimè del consesso che ammiro, non certo per disfattismo vorrei che almeno adesso, vissuto l’attimo di gloria per il sorpasso sul PIL inglese, e la gioia per il rapporto OCSE stavolta non ritenuto catastrofista-golpista-debenedettian-komunista, si andasse oltre e si decidesse di fare sul serio.
Ma cosa significa fare sul serio? Beh! Prima di tutto fissarsi bene in mente come premessa che la crisi italiana ha condotto fin qui in assenza di shock finanziari, senza violente crisi bancarie destabilizzanti e cariche di conseguenze per l’economia reale e senza troppo grandi difficoltà di credito. Per avere una pur pallida idea della differenza rispetto ad altri paesi, figuriamoci come in un sogno, anzi un incubo il rischio di fallimento di Banca Intesa. Per fortuna non è stato così eppure la tranvata che l’economia ha buscato è stata paragonabile a quella beccata da paesi dove crisi bancarie e salvataggi miliardari ci sono stati. La seconda premessa è smetterla di nascondersi il perchè della crescita prossima allo zero che fino al 2007 ha connotato l’economia italiana mentre altri paesi correvano. E finiamola con la cazzata di considerare questo aspetto di arretratezza come un punto di forza. Letteratura al riguardo riempie biblioteche intere tranne, pare, quelle di via XX Settembre. La terza considerazione riguarda lo stato della finanza pubblica, del debito e del sistema tributario che dovrebbe far concludere che politiche di sostegno all’economia con metodi tradizionali o keynesiani (mi si passi l’ardita notazione non essendo, come evidente, un economista) forse non serve. Ed ancora, in tempi di vacche-chiodo nel senso della macilenta magrezza, una determinazione di priorità appare indispensabile. Ed in questa logica appare fuori dalla grazia di Dio che il CIPE sblocchi 1,3 miliardi per la progettazione del Ponte sullo Stretto e che il governo blocchi 800 milioni destinati alle reti ed alla riduzione del digital divide di cui, tra l’altro, lo stesso ministro Brunetta aveva saggiamente parlato.
Non mi azzardo a fare ipotesi su iniziative innovative che pure dovrebbero essere ideate ed assunte non solo per stimolare la ripresa ma, soprattutto allo scopo di allentare i freni che per anni hanno generato impossibilità di crescita adeguata, la cui rilevanza è di gran lunga maggiore per le condizioni di debito e finanza pubblica in caduta. Di certo non sbaglio se parlo di privatizzazioni e liberalizzazioni, ad esempio dei servizi pubblici locali allietati da padrinaggi politici, alti costizero concorrenza e da iniziative (a proposito del liberalizzare) come quella segnalata su La Voce nell’articolo di Luigi Oliveri titolato Società pubbliche: la burocrazia invade la gestione.
Al di là della politica economica e della macroeconomia, sulla crescita influiscono altri fattori tra i quali, di particolare rilievo mi sembrano l’innovazione e la regolamentazione giuridica del paese. L’esempio del digital divide mi pare calzante. La digitalizzazione, l’estensione ramificata e profonda della ICT nella società, nella pubblica amministrazione e nelle imprese, oltre che calamite di investimenti, sono gli strumenti che hanno consentito, ove utilizzati, enormi crescite di efficienza e produttività, uno dei peggiori e più dannosi punti di debolezza del paese. L’investimento immediato dei famosi 800 milioni, sarebbe stato quindi tipicamente anti-ciclico con effetti immediati ed ancor più prospettici.
Quanto alla struttura giuridica del paese, oltre alla rivisitazione degli ordini professionali, residuo della legislazione corporativa del ventennio e garanzia di rendite improprie a danno dei cittadini, la messa in moto di meccanismi di revisione di procedure, norme e farragini inutili che sono le forche caudine di ogni attività avrebbe effetti taumaturgici. Il dott. Salvatore Rossi, Direttore Centrale del servizio studi di Bankitalia, nel so libro ‘Cotrotempo: l’Italia nella crisi mondiale (qui su La Voce un suo articolo) poneva l’esempio della costituzione delle fondazioni raffrontando gli USA dove occorre un’ora, 1, una!!!! di lavoro di un avvocato all’Italia dove oltre al Notaio servono chili di documenti, tempo, quattrini e l’autorizzazione, chissà perchè, del Prefetto il quale può o meno concedere la sua autorizzazione. Ma mi consta che la costituzione di una Società negli USA Stato di Washington, ha richiesto giorni 2 di lavoro per lo studio legale designato. Anche la rigidità della disciplina sui licenziamenti è un altro esempio chiarissimo a richiamare, tra l’altro, il ruolo dei sindacati. A coronamento, valga il Doing Business Report e per curiosità si guardi pure la classifica dei paesi maggiormente ‘riformatori’. Se non è Vangelo, sicuramente induce a riflettere. Una sola notazione me la permetto al di fuori di quanto fin qui. Dovremmo capire che ‘piccolo è bello’ riferito alle aziende è una autopresa per i fondelli. La dimensione media troppo piccola delle imprese italiane sovente è una scelta obbligata e penalizzante indotta talora da limiti culturali generali, talora da limiti nella cultura d’impresa e parecchio da limiti giuridico-normativi, procedure folli quanto inutili, rigidità e formalismi utili solo ad ingrassare caste varie con costi elevati ed insopportabilmente odiosi. Oltre ad una demotivante, oppressiva pressione fiscale. Incentivare la crescita dimensionale delle imprese cominciando ad eliminare dissuasivi limiti ed intralci giuridico-burocratici è importante e produttivo quanto incentivare una adeguata patrimonializzazione delle imprese stesse.
Ecco cosa, secondo me, significa cominciare a fare sul serio. E serve che ci stiano tutti e subito a fare sul serio perché fare sul serio implica dei pesanti rischi politici, la necessitò di superare fortissime resistenze contrarie ad ogni vero cambiamento. Pur brontolando a tutta birra. so che tra i difetti e le tare che lo affliggono, questo paese ha delle potenzialità e può farcela. La responsabilità ce l’abbiamo tutti ma in primis chi ha il manubrio della bicicletta che ha fortissimamente voluto qualunque ne sia la ragione. A dirla tutta, per ben precisi motivi, ho fondati e forti dubbi ma non ho ritrosia alcuna ad ammettere che sarei felice di vedere la prova provata che mi sbagliavo.
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[...] di finanza pubblica. Fino alla disgustosa, tragicomica sceneggiata di qualche giorno fa circa l’indice CLI ed il fantomatico sorpasso sull’Inghilterra. Plastico esempio di piaggeria ed ignoranza abissale e di un livello di professionalità tendente [...]
Marianna bentrovata. La strategia il governo l’ha scelta. Fare il minimo indispensabile e farlo male.Dedicandosi invece agli annunci ed alla demagogia.
EDM benvenuto qui e grazie per l’articolato commento. Neppure il sottoscritto è un economista eppure entrambi ci siamo correttamente preoccpati di capire qualche cosina- Ed avendo letto articoli su vari quotidiani, sono andato a controllare e su Wikipedia ci sono voci sul CLI e perfino sull’output gap. Evidentemente bisogna pigiare qualche tasto e costa fatica eccessiva. Nessun articolo che abbia letto spiega cosa davvero misuri il superindice. Il governo da parte sua fa il suo mestiere: demagogia e palle in libertà. E va sul sicuro, tanto quando ci sarà il dato sul PIL del 1° trimestre 2009, quello che può avere una correlazione con il rapporto OCSE appena pubblicato, nessuno si ricorderà più nulla ed avanti con le prossime panzane. Fornire notizie fuorvianti, pubblicare robaccia senza controllo con suprema superficialità e spregio del pubblico è divenuta un’arte. Grazie a te per essere venuto qui-
In effetti, ciò che mi sorprende è l’indifferenza con cui i giornalisti italiani hanno affrontato la notizia sull’incremento dei Composite Leading Indicators (CLIs) dell’OCSE per il mese di settembre. L’Italia mostra, in un anno, l’incremento maggiore in assoluto: 10,8 punti rispetto a settembre 2008, portandosi a 99,6 punti. Ora, in non sono né un economista né un giornalista, ma semplicemente un cittadino che ha dato un paio di esami di economia all’Università e che legge i giornali. Ora, se noi andiamo a consultare la fonte (www.oecd.org), osserviamo subito la presenza di una riserva importante: “Although expansion signals can be observed in several countries, these signals should be interpreted with caution, as the expected improvement in economic activity, relative to long term potential levels, can be partly attributed to a decrease in the estimated long term potential level and not solely an improvement in economic activity itself.” [Sebbene segnali di espansione possano essere osservati in diversi paesi, questi segnali andrebbero interpretati con cautela, poiché l'atteso incremento dell'attività economica, relativo ai livelli potenziali di lungo termine, può essere in parte attribuito a un decremento nella stima del potenziale di lungo termine e non soltanto a un miglioramento dell'attività economica stessa]. Insomma, come tu dici: siamo sicuri che l’indice salga perché ci sono effettive aspettative di crescita e non piuttosto perché il potenziale di crescita dell’Italia sta scendendo? Inoltre, i CLIs OCSE non si basano sul PIL, bensi sull’indice della produzione industriale. Almeno per quanto riguarda agosto, sappiamo che questo indice è cresciuto soprattutto in ragione degli incentivi al settore auto. Dobbiamo poi dare per scontato che gli imprenditori e i cittadini italiani operino in un contesto di aspettative razionali e dispongano di informazioni vere? La televisione e i giornali sembrano più impegnati a narcotizzare il Paese piuttosto che a denunciarne i problemi: afflitti come sono da pesanti conflitti di interesse, si può pensare che parlino di economia in modo trasparente e veritiero? Infine, se fosse il potenziale di crescita a scendere, la crescita dei CLIs OCSE potrebbe in qualche modo ad aspettative inflattive più che una effettiva crescita del PIL? La situazione disastrosa del bilancio pubblico prima o poi si scaricherà sulle tasche dei cittadini. Finita la crisi vedremo gli altri paesi europei crescere e l’Italia stagnare nell’inflazione prodotta dalle distorsioni dei suoi macilenti mercati interni? Penso anche io, con te, che gli investimenti nel cemento (es. Tav Torino-Lione, Ponte sullo Stretto) spiazzino queli in innovazione (robotica, nanotecnologie, biotecnologie, telecomunicazioni, ecc…). E noto con rammarico che anziché aggredire le corporazioni parassitarie che soffocano un’intera generazione di laureati costretti a emigrare all’estero, il Parlamento discute di privitazzare l’acqua, bene pubblico intoccabile, e non i servizi pubblici inefficienti che la mano privata, se ben regolata e adeguatamente controllata, potrebbe svolgere meglio e con minori sprechi. Del resto, un paese siffatto avrà sempre bisogno di una casta di burocrati che ne celebri la pochezza annegandola in noiosi faldoni di carta. Grazie per la tua stimolante analisi.
Interessante analisi della situazione italiana nel contesto della globalizzazione.Sono d’accordo sull’ottimismo che possiedi ed infondi,a patto di seguire una certa intelligente strategia. E, quanto alla strategia poi,che ciascuno faccia la sua parte.Proprio come sostieni tu. Non si chiedono miracoli.Solo buon senso e competenze adeguate da parte di tutti.
Grazie,Luigi.Queste cose le dobbiamo dire.
Marianna