Tanto paga Pantalone

Lo statalismo
In Italia non abbiamo subito l’ effetto di un eccesso di finanziarizzazione, né l’abuso di carte di credito,né l’eccesso di consumi o l’assenza di risparmio privato e neppure crisi di grandi banche. Eppure questo non è stato sufficiente a scansare una crisi di notevole entità che ha dimostrato una volta di più la fragilità del paese che già prima della crisi, vivacchiava con livelli di crescita quasi da stagnazione Si è dimostrato che con l’economia mondiale che tira, l’Italia cresce ben meno che altri e simmetricamente in periodi di crisi, l’Italia decresce più di altri paesi. Non vale neppure la pena di ricordare e citare per l’ennesima volta fatti, date e cifre che sono state diffuse e pubblicate suscitando tanto deprecabili clamori. Non dobbiamo qui ricostruire neppure le cause della crisi limitandoci a ricordare che le analisi e gli studi che si stanno susseguendo, mostrano sempre più chiaramente quanto la responsabilità politica ed istituzionale abbia pesantemente contribuito a determinarla. Comunque sia uno degli effetti conseguenti alla crisi è stato quello di dar fiato agli anti-liberisti immediatamente pronti a proclamare il fallimento del mercato, del capitalismo, della finanza demoniaca ed amenità siffatte.
L’Italia non fa eccezione a questa ondata di neo-statalismo anzi, sta diventando la capofila di una sorta di restaurazione da Dio, Patria e Famiglia tanto più sorprendente per il peso esagerato ed opprimente dello stato nell’economia e nella vita dei cittadini che mai si è interrotto se non fintamente con privatizzazioni finte e sballate nei metodi che hanno avuto l’unico effetto di trasferire in capo a soggetti privati le cospicue rendite dei precedenti monopoli pubblici. O addirittura, come nel caso di Alitalia, restituendo a questa impresa un monopolio che aveva in parte perduto. Insomma è del tutto legittimo chiedersi di cosa mai vadano blaterando i novelli vetero-fautori del primato della politica e dello stato in un paese che liberista e liberale lo è stato poco o niente. D’altronde, con un debito pubblico mostruoso e crescente, una spesa pubblica ed un prelievo fiscale che assorbono metà abbondante del PIL c’è ben poco da sbagliarsi: statalismo era e statalismo rimane. E da quello che si prospetta, statalismo sarà e del tipo peggiore e più dannoso.
L’Italia ante-crisi era un paese in declino per notissime ragioni che avrebbero dovuto costituire una sorta di vademecum di quali riforme fare e come ma pare che neppure l’evidenza sia sufficiente a far cambiare idea ai reggitori della politica nazionale che non hanno avuto alcun timore né alcuna remora a negarla l’evidenza. Ultimo caso l’intervento suggerito dal Governatore Draghi sull’età pensionable a cui si è risposto che non è necessario alcun intervento essendo sufficiente quello fatto, appropriatamente definito come la riforma che vale quanto Kakà.
La ricetta anti-crisi proposta è finora consistita sostanzialmente in una miriade di piccoli interventi più demagogici che di sostanza e, per fortuna, in robusti interventi per gli ammortizzatori sociali che dovranno essere verosimilmente reiterati. Motivata questa scelta, con qualche fondatezza, non pare però essere conseguito alcun miglioramento nella spesa pubblica ordinaria e corrente tanto da indurre la Commissione europea ad allarmare l’Italia per i conti a rischio. Vale la pena rammentare che il rientro dal deficit e la riduzione del debito pubblico sono conseguibili se e solo se il PIL cresce robustamente. La circostanza induce ad una domanda solo apparentemente banale: se prima della crisi l’Italia cresceva assai poco, aveva una produttività flettente, salari bassi e spesa pubblica in costante, eccessiva crescita, in assenza di adeguati, opportuni interventi di riforma perché mai, finita la crisi dovrebbe cominciare a crescere più di prima? Boh! È la più credibile risposta. La quale si armonizza alla perfezione con le dichiarazioni che questo o quello rilasciano, tipo ‘le imprese pubbliche aiutino i piccoli’ oppure a proposito di pensioni ‘giù le mani dai diritti dei lavoratori’ oppure affermazioni che attribuiscono arbitrariamente ai paesi che hanno introdotto riforme una crescita drogata da finanza e carte di credito. Bubbole, panzane e sciocchezze tutte connotate dalla comune matrice demagogico-statalista-corporativa che è la causa principale che ha zavorrato il paese fin qui.
Non si può evitare di essere allarmati quando oggi in consiglio dei ministri viene approvata la Banca del Mezzogiorno avallata dalla presidente di CONFINDUSTRIA (tanto per gradire) ‘a condizione che non sia un carrozzone’. Ma davvero!!!??? E come è pensabile che non sia un carrozzone se per giunta sarà un’operazione nella quale sarà coinvolta Poste Italiane? Ma l’allarme scatta anche a proposito della capacità di individuare corrette priorità nell’intervento pubblico. Che senso ha o quale urgenza ha il Ponte di Messina, Messina! Quella Messina messa in croce da un evento naturale aggavato da un arcinoto dissesto urbanistico ed ambientale; quella Sicilia nella quale si è per caso evitata una tragedia a Porto Empedocle dove è franato u costone su una strada di grande comunicazione; il paese dove le scuole sono insicure e fuori legge; dove il terremoto butta giù gli edifici pubblici; un Mezzogiorno dove l’intervento pubblico evita accuratamente di fare le uniche cose che dovrebbe vale a dire assicurare legalità e sicurezza. E stendiamo un velo pietoso sulla sanità. Ma stupisce anche la nulla considerazione riservata a coloro che detengono le competenze tecniche per supportare la risoluzione dei problemi che affliggono il paese.
Stiamo assistendo ad un ripristino dello status quo, anzi al suo rafforzamento con la conseguenza che sarà utopico pensare a riduzioni di spesa pubblica, folle pensare a riduzioni del pauroso carico fiscale ed ancora più difficile ipotizzare che la manomorta pubblica molli la sua asfissiante presa sui cittadini e sulle imprese. Dal momento che gli italiani sono ricchi, è il trionfo di Pantalone insomma che si vuole spacciare come buono ed utile al paese quando decenni di storia italiana hanno a iosa dimostrato essere la causa del declino italiano. Che con queste premesse non potrà che continuare.
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