Dagli all’impresa! Il caso FIAT
L’intento sarebbe stato quello di commentare alcuni report di analisti italiani e non i quali ponevano dubbi ed osservazioni critiche a proposito del Piano FIAT per la parte riguardante Alfa Romeo. Lo farò ma adesso mi urge la necessità di commentare le parole di Marchionne sullo spostamento in Serbia della produzione della LZero, la monovolume in precedenza destinata alle linee di produzione di Mirafiori. Questo annuncio, segue alcuni licenziamenti fatti da FIAT e soprattutto le vicende di Pomigliano d’Arco.
Tanto per sgombrare il campo dall’equivoco dei diritti violati, dico subito, anzi confermo che trovo esaustiva e convincente l’opinione del Prof. Ichino che, spero, non venga sospettato di fascismo o connivenza con i “padroni nemici”.
Trovano sintetica rappresentazione problemi antichi ed annosi del paese, mai risolti da nessun governo compreso quello attuale e trovano rappresentazione le medesime, eterne parole inutili che sovente sono del tutto estranee agli argomenti sul tappeto. Alcuni, dimentichi di aver bruciato 4 miliardi di soldi pubblici per favorire pochi allevatori oltre a quelli di cui alla finanziaria, blaterano di FIAT che non può fare quello che le comoda dopo aver ricevuto tanti quattrini pubblici. E’ vero! FIAT per decenni ha vissuto grazie a sovvenzioni pubbliche. Con la decisione assunta di chiudere l’impianto di Termini, FIAT ha però rinunciato a suggere quattrini dei contribuenti che pure le erano stati offerti in abbonanza dall’ex ministro scajola. Se questo è vero, ed è verissimo, la sopravvivenza di FIAT ed il processo di globalizzazione che ha intrapreso, rendono la sua vita dipendente dal mercato con tutte le conseguenze che questo comporta. Tra esse la produttività, la flessibilità, la continuità della produzione, la qualità e l’utilizzo di tecniche e metodologie che impongono modi e tempi del lavoro il tutto per avere strutture di costo compatibili con i concorrenti non certo cinesi, ma del resto del mondo sì.
La questione generale che questo pone è l’agibilità degli investimenti in Italia sia nazionali che internazionali, segnatamente nel mezzogiorno questione che si interseca ed interagisce con il sistema di relazioni industriali, il mercato del lavoro e le condizioni generali di contesto del sistema paese.
Temo che le preferenze di molti, nel caso FIAT ed in generale sarebbero state per un ritorno al passato, a quei rapporti equivoci ed opachi, allo scambio ignobile del dare danari pubblici ed avere occupazione purchessia che tanto male ha fatto al paese ed a FIAT ma tanto bene al potere di interdizione e di ricatto di alcuni. Taluno afferma che in Polonia, in Russia o in Serbia FIAT incassa aiuti pubblici. Ma non c’è bisogno di guardare ad est. Aiuti pubblici a iosa li hanno incassati i francesi e non solo. Per intanto in Italia FIAT aiuti pubblici li ha meritoriamente rifiutati e, sia chiaro, insieme al paese intero, incassa problemi.
Quello su cui continuo a battere è che manca la logica del risultato: continuare ad ignorare lo stato comatoso nel quale siamo caduti che per il Mezzogiorno è ben descritto nel rapporto Svimez pubblicato nei giorni scorsi, ignorare la caduta degli investimenti, ignorare l’assenza di investimenti stranieri, ignorare quanto accade al di fuori dei nostri confini ma in paesi che sono nostri competitori, imprese con cui le imprese italiane devono misurarsi, sono un segno di provincialismo che include i governi aggravato dal pregiudizio ideologico da parte della FIOM e dei sindacati in generale. Chiunque, anche un bambino, di fronte a cattivi risultati tenta di cambiare, di immaginare nuove soluzioni eppure pare impossibile che venga compiuto questo elementare, banale esercizio che più che di logica è di mero buonsenso.
La partita in gioco non è solo la convenienza della FIAT, non è il peso dei sindacati ma è il paese, la possibilità di fare impresa, ricerca, innovazione e quindi creare lavoro buono e di lungo termine, incidere sulla disoccupazione giovanile, far crescere il paese affinchè i suoi impegni di lungo termine, debito pubblico e debito previdenziale siano sostenibili. Deve affermarsi ed essere condivisa l’idea che le imprese hanno il diritto ed il dovere di fare profitto che non è moneta del demonio, ma uno dei sani scopi dell’imprenditore e la chiave per sopravvivere.
Se non si apre un dibattito, se il governo continua a suon di spot pubblicitari e chiacchiere, se ognuno dei protagonisti non compie il necessario sforzo di comprensione del mondo quale è, la FIAT e non solo, avrà il sacrosanto diritto di collocare i suoi impianti dove si possano ottenere le condizioni competitive che le consentano di stare profittevolmente sul mercato. Molti affermano che è necessario non irrigidirsi. Bisognerebbe capirsi: irrigidirsi è un conto ma essere chiari e netti è un altro che nella palude italiota, vengono sovente confuse con pappa e ciccia. E sarebbe proprio ora di smetterla. Se FIAT per dimensioni e ruolo è una impresa emblematica a cui compete il ruolo di battistrada in vari campi tra i quali le relazioni industriali da innovare, essa non va lasciata sola. Nell’interesse del paese.
A proposito di padroni e diritti di lavoratori violati, forse uno sguardo qui non farebbe male.
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