Dopo il referendum di Pomigliano
Su La Voce è stato pubblicato un articolo di Anelli e Basso dal titolo I numeri del lavoro il quale, parendo dai dati ISTAT recentemente pubblicati effettua un ricalcolo dei posti di lavoro perduti durante la crisi facendo riferimento ai precari. Qualche tempo fa su noisefromAmerika un articolo dal titolo piuttosto hard: Disoccupazione al 15,8%. In entrambi gli articoli, i dati sulla disoccupazione tendo ad avere una visuale più ampia rispetto a quella comunemente accettata del tasso di disoccupazione. Il panorama infatti presenta sì casi di disoccupazione regolarmente misurati, ma altre fattispecie diverse di sottoccupati, precari, scoraggiati, cassintegrati di lungo periodo, persone in mobilità che non rientrano nel tasso di disoccupazione, ma sono forza lavoro disponibile che però non è impiegata. A proposito. Lasciate perdere le fanfaluche alla sacconi su ciò che è o meno scientificamente esatto: a lui, nella fiction governativa tocca la parte di ministro del welfare che deve dimostrare, non importa come, che l’Italia è messa meglio di altri paesi e quindi dati, fatti e statistiche non gli interessano. In ogni caso c’è sempre pronto il minzolini di turno a provvedere. Il numero delle persone che, qualunque ne sia la ragione non lavorano, sono un grande problema perché sono davvero tantissime, soprattutto giovani e soprattutto nel mezzogiorno d’Italia. Rinvio agli articoli linkati per i dati e per acquisito che i dati confermano l’asserto.
Quale relazione c’è con la vertenza FIAT a Pomigliano? Vediamo se riesco a spiegarmi. La FIOM rispetto ai risultati del referendum parla di successo e vuole riaprire la trattativa sui punti che contesta che, è la sua opinione, violano diritti. Il governo e ministri sempre pronti per ragioni meramente ideologiche e politiche a dare addosso a CGIL e FIOM quand’anche avessero ragione, visto il risultato del referendum, senza averci ragionato e senza averci capito nulla sono trionfanti con i soldi degli altri e gongolano. E attenzione ad affermare che FIAT ha preso tanti soldini pubblici. A prescindere dal fatto che dimostratamente FIAT meglio tardi che mai ha tagliato i ponti con le regalie di quattrini statali, per il passato è verissimo ma li hanno presi anche tantissime imprese a cui venivano appositamente dati a spese dei contribuenti ai tempi, quelli sì belli di craxi e co, perché spartissero il malloppo con tangentari, compari e manutengoli politici.
La questione di Pomigliano è un po’ una cartina di tornasole per tutti. Lo è per i sindacati e per la FIOM che non ha sottoscritto l’accordo con motivazione relative a diritti, lo è per il governo e lo è per il paese e non certamente perché Pomigliano sia Armageddon, l’archetipo di nuove relazioni industriali schiaviste ma è una trincea nel mezzogiorno depresso e si svolge intorno al tema del lavoro che vede tanti compatrioti, soprattutto giovani alla disperata ricerca del proprio futuro. Ed il futuro, insieme al lavoro sono il tema che la vicenda presenta duramente. Prima ancora che futuro e lavoro emerge però una questione che fa da sfondo a tutto il resto. Ho letto molte opinioni sulla vicenda rimanendo via via più allibito a senti parlare di schiavismo; di concorrenza con la Cina; dei suicidi di lavoratori della cinese FoxConn, di modello di sviluppo per il mezzogiorno circa il quale non ho trovato uno straccio di ipotesi; di padronato; di arretramento civile. Sento parlare dal governo e, purtroppo, anche dall’opposizione a parte la demagogia miserevole di Di Pietro, di accordo di Pomigliano come eccezione e di economia sociale di mercato che non so cosa cazzarola significhi se non che si tratta della stessa disgustosa e ripugnante sbobba che ci propinano oggi: spesa pubblica e, nel mezzogiorno più che altrove, clientelismo, latrocinio, mafie ed il solito elenco di nefandezze che è venuto a noia ripetere. A prescindere dal piccolo particolare che i soldi sono finiti ed anzi bisogna cominciare di buona lena a ridurre i debiti, questi, i soggetti che ho elencato, si sono mai chiesti come far lavorare tutti quelli che non lavorano e vorrebbero tanto? e serve tanto che lo facciano anche per aiutare se stessi e nel contempo contribuire a ridurre i debiti del paese. Perché magari, qualcuno dei sindacati, ad esempio, potrebbe rimanere meravigliato a sentire di un precario di cui tutti si sbattono sindacati compresi che, con altissima specializzazione, tanto di signor curriculum ed anni di studio lavora per 700 € al mese, senza CIG, malattia e pensione e, soprattutto, senza diritto di sciopero, malattia né maternità e via filare sennò ti sbatto fuori. E gli esperti ministri rimarrebbero allibiti se qualcuno gli dicesse che se le imprese non diventano mediamente più grandi, se non innovano ed investono molto più di quanto sia adesso non hanno futuro neppure se stanno in Lombardia. Ma soprattutto, le imprese, tutte, sono all’asfissia fiscale e burocratica il che significa una cosa sola: smontare l’elefantiaco apparato statale che ad ogni livello costa bestialmente producendo corruzione, inefficienza e disservizi soprattutto nel mezzogiorno. Meno stato. Molto ma molto meno stato. Insomma dovremmo decidere se vogliamo tenere l’economia italiana nel novero delle nazioni che competono o piuttosto sognare di potere stare in un’isola delle auto-prese per il culo dove magari il salario è una variabile indipendente, storica stronzata sindacalese che ha quasi assassinato il paese. O in un paradiso dove lo stato decide anche quando si deve andare al cesso come sta lentamente accadendo. Altrimenti non ci prenderebbero per il sedere con il polverone urfido di modifiche costituzionali per disboscare un po’ della labirintica burocrazia parassita delle imprese lasciando immutato il resto.
Decidere sulla questione che precede è preliminare a decidere come risolvere le questioni lavoro e futuro. Tradotto significa che se vogliamo stare a competere, significa che bisogna mettere mano IERI al mercato del lavoro rendendolo mercato e quindi figlio di trattative che dimentichino la sciocchezza che si paga uguale il lavoro uguale da Vipiteno a Pantelleria. Se si parla di giustizia ed equità o giustizia, se ne guardino i risultati da 40 anni a questa parte. Il sud è economicamente desertificato con comuni ed ospedali e prefetture a fare le grandi aziende del territorio dove per il resto regna corruzione, mafie, clientelismo e sottosviluppo. E l’infamia della disoccupazione endemica e cronica. Si prema sull’acceleratore di salario legato alla produttività. Si intervenga sugli ammortizzatori sociali che lasciano fuori troppi lavoratori. Si trovi una soluzione, che metta un freno al precariato come si è configurato e sia un incentivo alle imprese ad investire sul capitale umano. Si facciano gli interventi nel mezzogiorno per migliorare l’efficienza amministrativa, si realizzi qualche infrastruttura davvero importante, si incentivi la banda larga. Via ad ogni forma agevolativa ed avanti con semplificazioni, liberalizzazioni, privatizzazioni. Ciò che è necessario fare perché imprese italiane o straniere non siano disincentivate ad investire in Italia e nel mezzogiorno è abbastanza noto. Lo si faccia.
Per ora dopo il referendum di Pomigliano ognuno è fermo nel proprio fortilizio ben chiuso e senza apertura alcuna all’esterno se non all’indietro. Forse occorrerà la scossa choccante di una FIAT che decide di abbandonare Pomigliano.
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pier bentrovato. Temo che a quanto lei osserva si debba aggiungere la difficoltà palese di molti a centrare il punto dei problemi. Parlando di FIAT e Pomigliano, si parla di violazioni di diritti e nientemeno che della Costituzione. Mentre si tratta di evitare assenza per malattia su certificati falsi e microconflittualità e scioperi contro un contratto sottoscritto.
Caro “peter parisius” in questa risposta sono d’accordo con l’amico gobettianno ( di sx ) .
Vorrei solo aggiungere che è sbagliato il dire ” io non permetterò che i miei futuri eredi………” , bisognerebbe dire : io cercherò di fare di tutto in modo che i miei futuri eredi……..
Quella sofferenza delle quale lei parla è la medesima che forse provano anche i miei figli e forse anche di più proveranno i miei nipoti ed è il frutto di una educazione complessiva nazionale errata, forse basata sul desiderio dei ns. genitori di evitarci i dolori e le tragedie della prima metà del 900, che loro hanno vissuto anche in prima persona, io solo sfiorato, Lei forse poco studiato o pensato.
L’eccessivo lassimo, il pensare che tutto dipenda “solo” dagli altri, dallo stato , dai partiti , dai padroni, dai furbi, dalla mafia, dalla chiesa e da tutti gli altri ……..eccetto “noi stessi” , unito alla poca , sensibilià, alla vera educazione, cultura e senso del rispetto ed impegno personale, hanno prodotto l’attuale situazione.
Come dico sempre sono però ottimista, credo nell’ “anima profnda dei popoli” e di quello Italiano in particolare e penso anche che la crisi attuale, come sempre accade ed è accaduto” ci COSTRINGERA’ a capire , ( vedi Fiat , Marchionne ed il mondo… ) che la realtà è quella che abbiamo sotto gli occhi e non quella che vorremmo che fosse !
Pier
Peter parisius grazie del commento. Contesto nettamente che a Pomigliano ci sia gente disposta a prostituirsi. C’è solo gente che rispetto al lavoro ha lo stesso punto di vista di francesi, tedeschi ed inglesi e polacchi ed americani. C’è gente che si aspewtta dal sindacato che svolga il suo ruolo senza fare ipocrite questioni di principio a comando quando a Pomgliano, nel sud e nel nord come lei precisa ci sono milioni di persone, soprattutto giovani che diritti non ne hanno alcuno senza che il sindacato alzi un sopracciglio. E neppure hanno propettive. Bisogna convincersi che fino a che si pretende che lo stato debba essere datore di lavoro per tutti, fino a che si ritiene che le imprese debbano avere relazioni con le maestranze così come le avrebbe un qualunque ente pubblico, il lavoro non avrà dignità e diverrà merce sempre più rara. Una delle conseguenze è che ci sono piccole imprese, quelle che si arrabattano per guadagnare meno di un dipendente. Infatti in molti casi sono dipendenti di fatto e non di diritto. Ma sarebbe troppo lnngo da dimostrare in un commento.
La disoccupazione è un problema sempre più impellente anche nel Settentrione. Inoltre, secondo mie informazioni, i piccoli imprenditori (in tutto lo Stivale) devono affidarsi a trucchetti bassi e volgari per non affondare… e molti di loro – occorre finalmente specificarlo in quanto nessuno osa parlarne-, pur rubacchiando e truffando, arrivano a guadagnare ancor meno che un lavoratore interinale. Ora, Pomigliano ci suggerisce che c’è una massa di persone disposta a prostituirsi pur di portare a casa il pane… e magari anche un po’ di companatico. L’etica dunque, diciamo pure la moralità, va a farsi benedire. Tutto questo getta una luce inquietante sul sistema in cui viviamo e – una volta di più – ci fa seriamente dubitare sul valore del lavoro in un mondo in cui “fare le scarpe” al prossimo sembra essere la regola. Probabilmente rimarremo a combattere e litigare sul confronto sociale (da una parte gli sfruttatori, dall’altra una marea di bocche e menti insoddisfatte) per secoli e secoli ancora, arrivando dunque a passare questa patata bollente ai nostri figli e ai figli dei nostri figli… a meno che non riusciamo a trovare valide alternative a tale vacuo e sfibrante modus vivendi. Io sono del parere che dobbiamo concentrare tutte le nostre energie a ideare e realizzare forme alternative – eppur portatrici di pecunia! – di vita comunitaria. Visto che anche aprire un negozietto o qualsiasi altra piccola impresa non ripaga, occorre forse che ci concentriamo su un commercio che consenta una maggiore libertà e – sì – autarchia… Internet potrebbe servire a questo: a raccogliere idee e proposte nuove. Perché una cosa è chiara: io non permetterò che i miei futuri eredi soffrano come sto soffrendo io!